martedì 9 novembre 2010

Assalto ai Saharawi

I soldati Marocchini danno l'assalto all'accampamento Saharawi. Vent'anni dopo  il cessate-il-fuoco, il deserto torna ad essere un campo di battaglia. Quella infinita tra i saharawi, che da sempre rivendicano un lembo di sabbia al confine con la Mauritania, e il governo marocchino che sull'ex Sahara spagnolo esercita la sua sovranità e non vuole concedere l'indipendenza al "popolo del deserto 1". Da tre settimane 20mila saharawi hanno lasciato Layoun, la loro antica roccaforte, per accamparsi a 15 chilometri, nella zona di Agdaym Izik. Un modo per ribellarsi alle condizioni di vita dei circa 200 mila profughi che stanno a Tindouf, in Algeria. Ieri notte, però, la protesta è finita nel sangue. Secondo i racconti di alcuni testimoni, centinaia di poliziotti e coloni marocchini avrebbero fatto irruzione nel campo distruggendo tremila tende...


Ore di tensione con un bilancio drammatico, anche se le versioni, come spesso capita in questi casi, sono contrastanti: in un primo momento il portavoce spagnolo del Fronte Polisario, l'organizzazione politica saharawi, parlava di almeno 13 persone uccise 2, più di 70 ferite e 65 arresti. Per le autorità marocchine, invece, i morti sarebbero sei, quattro dei quali poliziotti. Negli scontri avrebbe perso la vita anche un saharawi di 26 anni, Babi Mahmud El Guergar. Qualche giorno fa, invece, era morto un ragazzino di 15 anni.

E mentre il Polisario chiede l'intervento dell'Onu, il governo spagnolo ha lanciato un appello. Il ministro degli esteri Trinidad Jimenez ha auspicato una ripresa del dialogo "il più in fretta possibile, perché in questo momento riprenderlo significa introdurre un elemento di calma assolutamente indispensabile per evitare che il conflitto degeneri". E che la situazione sia esplosiva lo dimostra anche il fatto che nove cronisti spagnoli che stavano andando a Layoun sono stati fermati dalle autorità per motivi di sicurezza.

L'assalto è avvenuto proprio nel giorno in cui si è aperta all'Onu la terza sessione di negoziati fra il Marocco e il Fronte Polisario. "È in corso un massacro che mette in pericolo l'esistenza del mio popolo, vi chiedo aiuto", ha detto Omar Mih, rappresentante in Italia del Polisario.

Dal 1991 la querelle tra il governo marocchino e il popolo del deserto era rimasta soltanto nelle carte delle Nazioni Unite, nei rapporti delle Ong sui diritti umani violati, nelle risoluzioni mai applicate degli organismi internazionali. Poi, qualche giorno fa, il ritorno in massa dei saharawi: la protesta più eclatante dal 1975 a oggi. Da quando cioè l'esercito di Rabat guidato da re Hassan II "conquistò" il Sahara Occidentale e costruì il berm, un enorme muro di sabbia e mine lungo 2600 km.

Giovani, donne, bambini ed anziani hanno lasciato Layoun e si sono fermati ad Agdaym Izik. Qui hanno montato le hamais, le tende basse che un tempo erano il loro unico riparo. Per giorni hanno chiesto al governo del Marocco di poter tornare a sfruttare le uniche risorse economiche di questa zona: le miniere di fosforo e il tratto di mare più pescoso della sponda meridionale del Mediterraneo. Poi, ieri notte, la battaglia con la polizia e quelle vittime che rischiano di far riesplodere il conflitto.

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