mercoledì 28 marzo 2012

Riforma elettorale: trovata la quadra...

Riforma elettorale: trovata la quadra. Ci è voluto un doppio salto mortale carpiato con avvitamento a destra per mettersi d'accordo ma tutto cambierà, tranne le liste bloccate. Durante le riunioni, i partecipanti hanno consultato un testo fondamentale, il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa.

LA PAURA di perdere le prossime elezioni. Sembra questo l'architrave su cui poggia l'accordo trovato ieri dai tre partiti della maggioranza che sostiene il governo "tecnico". Sull'idea che nessuna forza politica  -  a cominciare da Pdl, Pd e Udc  -  sia in grado di scommettere sul risultato delle prossime elezioni politiche. Tutti sperano di tenersi le mani libere e ognuno punta a limitare i danni. Lasciando aperta la porta ad ogni soluzione per il dopo-voto.


E lo dimostra l'idea di tornare a un sistema sostanzialmente proporzionale, cancellando il vincolo di coalizione e assegnando un premio che non determina la maggioranza. Una convergenza di interessi che consente al Pdl di limitare la probabile  -  almeno al momento  -  sconfitta senza precludere la possibilità di ricomporre l'alleanza con la Lega dopo il voto. Nella consapevolezza, peraltro, di non avere un candidato premier sufficientemente forte e autorevole.
I centristi, invece, non saranno obbligati ad una scelta di campo preventiva, potranno confidare nel ruolo di ago della bilancia che i sondaggi gli assegnano sempre più e di coltivare il progetto di mantenere Mario Monti a Palazzo Chigi anche nella prossima legislatura (l'indicazione del premier non è prevista in Costituzione e quindi non sarà obbligatorio rispettare le designazioni dei partiti). Senza dimenticare che subito dopo il voto, le Camere dovranno eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica e nel gioco delle trattative chi  -  come il Terzo Polo  -  sarà determinante negli equilibri parlamentari potrà avere più carte da spendere nella corsa al Quirinale. Insomma, tutti potranno fare la campagna elettorale in solitaria senza compromettere nulla. Perché tutto si gioca solo a urne chiuse.


La novità più importante è l’eliminazione dell’obbligo di coalizione, nel senso che diventerà facoltativo: le forze politiche che vorranno rendere chiare le alleanze lo faranno, ma non sarà obbligatorio. Resta l’indicazione del presidente del Consiglio. Restano invariati anche la soglia di sbarramento e il premio di maggioranza. Ai partiti più piccoli è garantito un non meglio precisato (per ora) “diritto di tribuna”. In definitiva si torna a un sistema proporzionale “secco”, anche se per il partito che avrà più voti ci sarà un premio di maggioranza.


L’altra novità l’ha comunicata in serata il segretario del Pdl Angelino Alfano parlando con i senatori del gruppo: “Il partito che prenderà più voti – ha spiegato – sarà quello che indicherà il premier ”. Un rafforzamento deciso, dunque, della figura del presidente del Consiglio (come il premio di maggioranza, a vantaggio della governabilità), che aprirebbe scenari inediti anche nel centrosinistra dove quindi il capo del governo sarebbe indicato dal Pd. Sembrava che dovessero tornare le preferenze, ma l’ipotesi è stata subito sotterrata da una riga dell’ufficio stampa del Pd: “L’informazione secondo la quale nei colloqui di oggi sulla legge elettorale si sarebbe convenuto sul ritorno alle preferenze è destituita di fondamento”. Ci si rivolgerebbe, piuttosto, nella direzione di un rafforzamento del sistema dei collegi. 

Soglia di sbarramento al 4-5 %. Nel dettaglio l’accordo sulle riforme costituzionali prevede uno sbarramento che potrebbe collocarsi tra il 4 e il 5 per cento. Da qui sarà pensato un cosiddetto “diritto di tribuna” per le forze politiche che non raggiungono il quorum per entrare in Parlamento.


Taglio dei parlamentari. L’accordo prevede anche il taglio dei parlamentari. Il numero dei seggi dovrebbe scendere da 630 a 500 deputati e da 315 a 250 senatori, secondo la bozza di accordo.

Nel Pd rivolta dei “Prodiani”.  “Apprendiamo con sorpresa che il Pd rinuncerebbe al bipolarismo di coalizione l’unico bipolarismo possibile in Italia - scrivono i senatori “prodiani” Marina Magistrelli, Mauro Marino e Franco Monaco, componenti della direzione del partito - Una soluzione in contrasto con i deliberati formali del Pd e con la sua linea politica: quella del nuovo Ulivo aperto alle forze moderate di centro nitidamente alternativi al centrodestra nel quadro appunto di un sistema politico bipolare”. A questi si aggiungono i “prodiani” alla Camera Albertina Soliani, Sandra Zampa, Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Giulio Santagata: “Ci chiediamo quanta resistenza abbia opposto Bersani a chi gli chiede di dare seguito alle proposte di D’Alema e Violante. Non possiamo avallare l’idea di ridurre ulteriormente la possibilità degli elettori di scegliere parlamentari e governi”. Infine la voce di Giovanni Bachelet (figlio di Vittorio e deputato): “Possibile che un partito nato con la vocazione maggioritaria e il bipolarismo voglia consegnare al prossimo Ghino di Tacco il governo del Paese, sacrificando Bersani e la democrazia dell’alternanza sull’altare dei gattopardi di sempre?”.

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